Sfinito dall’essere continuamente interrogato, giudicato e idealizzato, Achille concepisce un’idea tanto folle quanto profondamente felliniana: morire. Fingendo la propria morte, trasforma il funerale in uno spettacolo estremo, convinto che solo da morto potrà finalmente ascoltare la verità.
Durante la veglia, colleghi, amici, familiari ed ex compagni di vita si alternano in un coro feroce e grottesco di confessioni, rancori e accuse. Il lutto si deforma rapidamente in una gara a chi lo ha odiato di più, facendo emergere ipocrisie, frustrazioni e miserie — non solo del mondo teatrale, ma dell’umano stesso. Invisibile ma presente, Achille osserva e commenta, scoprendo che la sincerità arriva soltanto quando non esiste più il timore di ferire.
Tra metateatro, ironia nera e rimandi felliniani, il morto si ribella al proprio ruolo, dirige il suo funerale e infine “resuscita”, approdando a una verità tanto semplice quanto dolorosa: non sarà mai amato da tutti — e va bene così. Perché ridere può ferire, ma è necessario. E la verità, quando arriva, ha sempre qualcosa di comico.
Un omaggio a Fellini e al teatro come luogo di smascheramento, sulle tracce di 8½: dove l’artista si smarrisce per ritrovarsi nel caos delle proprie contraddizioni.